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LA CURVA (Blog)

LA CURVA

(blog di recensioni, avvistamenti, storie di baseball – a cura di Alessio “Batman” Marzaduri) 

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segnalazioni

JIMMY BONNER, STORIA DI UN CASUALE PIONIERE DIMENTICATO

bonnerimageRiceviamo e condividiamo volentieri la segnalazione di una bella storia, recentemente pubblicata dal sito Conto Pieno: quella di James Everett Bonner,  primo giocatore afroamericano a militare nel massimo campionato di baseball giapponese. Il debutto di Bonner nel paese del Sol Levante avvenne circa dieci anni prima di quello di Jackie Robinson in Major League, e questo fece del ragazzo della Louisiana un autentico pioniere.

Il racconto completo? leggetelo a questo link.

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baseball cards – 4

LA PERSONIFICAZIONE DELLA VOLONTA’

Jim Abbott  (Flint, 19 settembre 1967)

jim abbott

James Anthony Abbott, mancino nativo del Michigan, giocò dal 1989 al 1999 nel ruolo di lanciatore: in carriera 888 strike out, 650 basi su ball, 791 punti concessi, 4,25 di media PGL. Per i cultori delle statistiche un curriculum  insipido, senza apparentemente nulla di eclatante. Se non fosse per una variabile tutt’altro che consueta: Abbott è nato con una mano sola, nonostante ciò ha lanciato dieci anni ai massimi livelli della Major League, grazie ad tecnica unica ed alla propria incrollabile forza di volontà. La storia vuole che fu suo padre  ad ispirarlo: “Per lanciare ti serve una mano, e una mano ti serve per prendere. Quindi, rispetto a quello che fanno gli altri, non ti manca proprio niente.”  Durante le partite, Jim indossava un guantone sul braccio destro; dopo ogni lancio infilava la mano sinistra nel guanto, raccoglieva la giocata difensiva o riprendeva palla di ritorno dal catcher. Poi incastrava il guanto nell’incavo del braccio destro, lo sfilava per afferrare la pallina, e si preparava per un nuovo lancio. In caso di bunt avversari, o di battute corte nei pressi del monte di lancio, non di rado effettuava la presa a mano nuda, non avendo il tempo di calzare il guanto.  Dopo una stagione da protagonista a livello di college, Abbott fu scelto come portabandiera degli USA nel giochi panamericani del 1987; l’anno successivo guidò la propria nazionale alla finale dei mondiali disputati in Italia, persa contro Cuba. Appena un mese dopo, trionfò alle Olimpiadi di Seul vincendo la finale contro il Giappone. Eletto “rookie dell’anno” nel 1989 con la maglia degli Anheim Angels, rimase con i californiani fino al 1992. Passato agli Yankees, il 4 settembre del 1993 fu protagonista di un “no hitter” (una partita completa senza concedere valide all’avversario) contro i Cleveland Indians: tra le fila della tribù battevano i primi colpi fenomeni (anche statistici) come Kenny Lofton, Jim Thome e Manny Ramirez. Così, giusto per dire. Jim Abbott finì la carriera con la maglia dei Milwakee Brewers, in National League; qui,non essendo previsto il battitore designato, il lanciatore si trovò a debuttare anche nel box, mettendo a segno due valide nella stagione 1999 prima del definitivo ritiro dallo sport professionistico.

Come dite? ci sarebbero stati altri pitchers da mettere in vetrina prima di lui (Maddoux, Clemens, Ryan)?  ovviamente si,  eppure riteniamo che quella di Abbott sia una delle cards più preziose del nostro album: perché è una storia di sport come solo lo sport sa creare, una storia vera e commovente di abnegazione e tenacia, che insegna l’importanza di credere nei propri sogni e la futilità di qualsiasi giudizio e pregiudizio su cosa debba essere la “normalità”.

pubblicato il 9 aprile 2019

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recensioni

NO TIME FOR “LOSERS”

CHE BOTTE SE INCONTRI GLI ORSI, di Micheal Ritchie (Usa, 1976, fantastico, sportivo). Con: Walter Matthau, Tatum O’Neal, Vic Morrow, Jackie Earle Haley

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Morris Buttermaker, scalcinato ex giocatore dedito al sigaro e alla bottiglia, ridotto a pulire piscine per sbarcare il lunario, viene ingaggiato suo malgrado da un padre tifoso come allenatore degli Orsi, iscritti all’ultimo momento alla Little League cittadina. La squadra è formata esclusivamente da ragazzi scartati da altre formazioni per scarse capacità tecnico-sportive: spiccano un lanciatore miope ed emotivo, un ricevitore in sovrappeso, un interbase con la sindrome di Napoleone, un esterno afroamericano con scarsa fiducia in sé stesso, uno spilungone topo di biblioteca, due ragazzi messicani che non parlano inglese e un bambino gracile e timidissimo. Buttermaker, senza particolare convinzione, guida l’improbabile compagine alle prime inevitabili e cocenti sconfitte; tuttavia, resosi conto di quanto la situazione possa far soffrire i ragazzi, inizia a mettere maggiore impegno nella loro educazione, cercando nel frattempo nuovi giocatori. Entrano così in squadra una eccentrica lanciatrice, figlia di una ex di Buttermaker, e infine il più tosto atleta e piantagrane della zona. La squadra acquista fiducia e inizia a vincere, fino a raggiungere un’insperata finale contro i campioni locali. L’ultima partita sarà per tutti i giocatori un’occasione di riscatto; per Buttermaker, e tanti altri adulti, la dimostrazione che la vittoria in fondo non è tutto.

Diretto da Micheal Ritchie (più tardi regista di un’altra pellicola sportiva, Una bionda per i Wildcats), Che botte se incontri gli Orsi è una commedia classica leggera ma non banale, che mischia humor e sentimento con frizzante eleganza. Seppur non sempre verosimile, la trama è ottimamente servita da un cast di spessore: Walther Matthau giganteggia nel ruolo del protagonista, il compianto Vic Morrow in quello dell’allenatore degli Yankees; Tatum O’Neal (premiata con l’Oscar appena due anni prima per l’interpretazione in Paper Moon) è equilibratissima nel ruolo di Amanda, ruvida ma affettuosa verso il suo allenatore in cui vede forse la figura paterna. Nei panni di Kelly Leak, che arriva al campo in Harley Davidson, il quasi debuttante Jakie Earle Haley (Watchmen, Shutter Island, Lincoln). Tra le tante le tante gag da ricordare scegliamo il dubbio aneddoto del protagonista, che a più riprese racconta ai ragazzi la volta in cui eliminò Ted Williams con tre lanci. Da questo film sono state tratte una serie televisiva (“La gang degli Orsi”, con Jack Warden), due sequel e un remake (2005).

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baseball cards – 3  

QUARANTADUE

Jack Roosevelt “Jackie” Robinson, (Cairo, 31 gennaio 1919 – Stamford, 24 ottobre 1972)

robinson

Il 15 aprile 1947, allo stadio Ebbetts Field di Brooklyn, debuttò in Major League l’uomo che cambiò per sempre il mondo del baseball ponendo fine a sessant’anni di segregazione razziale in campo sportivo. Si chiamava Jackie Robinson,  proveniva dalla Negro League – il campionato professionistico riservato agli afroamericani – ed era un ottimo interbase e un prolifico battitore. Soprattutto, dalla fine dell’800 fu il primo nero a scendere in campo in un “gioco di bianchi per i bianchi”, onore ed onere che non rese certo facile la sua carriera. Insultato dal pubblico, colpito duro dagli avversari, inizialmente osteggiato perfino dai compagni di squadra, Jackie dovette peraltro adattarsi a giocare in seconda base, poiché il suo ruolo era già occupato dal futuro capitano dei Dodgers, Pee Wee Reese. Robinson si fece largo grazie al proprio talento, alla propria costanza e all’appoggio incondizionato del General Manager Brach Rickey e dell’allenatore Leo Durocher. “Sei bravo, e questa è la sola cosa che conta”, lo assicurò Rickey, mentre Durocher rispose così ai giocatori che minacciavano addirittura uno sciopero nel caso Robinson fosse rimasto in squadra: «Non mi importa se il ragazzo è giallo o nero, o se ha le strisce come una zebra. Io sono il manager di questa squadra e dico che lui gioca. C’è dell’altro, io dico che lui ci può rendere tutti ricchi. E se qualcuno di voi non ha bisogno di soldi, farò in modo di cedervi”. Le sue prestazioni in campo finirono per convincere il resto del gruppo; lo stesso Pee Wee Reese aprì la strada a un nuovo modo di vedere le cose schierandosi in difesa dei diritti del compagno: “Puoi odiare un uomo per molte ragioni. Il colore non è una di queste”.

Robinson giocò coi Dodgers  fino al 1956, vincendo le World Series solo nel 1955. Inafferrabile tra le basi, stabilì il primato di rubate nel 1947 e nel 1949, anno in cui la sua media battuta raggiunse un eccellente .342. Disputò anche la mitica finale del 1951 contro i Giants, decisa a favore di questi ultimi dal fuoricampo di Bobby Thompson ai danni del pitcher Ralph Branca (passato alla storia come “Il colpo sentito in tutto il mondo”, esaltato anche nel romanzo capolavoro di Don De Lillo Underworld).

Dopo il ritiro, soffrì di una invalidante forma di diabete, si impegnò in politica (era convintamente repubblicano) e come ambasciatore nel campo dei diritti civili. Morì nel 1972, e nel 1996 la Major League tributò alla sua storia un onore senza precedenti né repliche: il ritiro da tutte le squadre del suo numero di casacca, 42. Un numero che ogni giocatore indossa esclusivamente nelle partite del 15 aprile, proclamato dal 2004  Jackie Robinson Day.

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baseball cards – 2 

IL BAMBINO

George Herman “Babe” Ruth    (Baltimora, 6/02/1895 – New York, 16/08/1948)

babe ruth

A sette anni marinava la scuola, beveva, masticava tabacco e aveva già avuto a che fare con la legge. I genitori lo rinchiusero in un collegio di frati, dove quell’incorreggibile ribelle cominciò a giocare a baseball. Segnalato ai Baltimore Orioles come lanciatore, debuttò nel 1914: i compagni di squadra lo soprannominarono “Babe”  per la sua giovane età e per atteggiamenti ragazzeschi. Ceduto l’anno successivo ai Boston Red Sox, vinse per tre volte le World Series, mentre emerse il suo talento non comune anche come battitore. Nel 1919 il proprietario di Boston, oppresso dai debiti, cedette in blocco i giocatori migliori ai fino allora anonimi New York Yankees; per questi iniziò uno tra i più memorabili periodi di successi della storia dello sport, mentre Boston non vinse più un campionato fino al 2004, anno in cui la “maledizione del Bambino” fu spezzata.

Con gli Yankees, Ruth giocò fino al 1934, polverizzando la maggior parte dei record offensivi: la sua strabiliante media bombardieri nell’anno d’esordio fu superata solo nel 2001 (da Barry Bonds). Realizzò in carriera 2873 valide, con 2213 punti battuti a casa, 714 fuoricampo e una media battuta complessiva di 342. Test clinici avanzati stabilirono che avesse riflessi visivi e tempi di reazione eccezionalmente superiori alla media; e sulle basi correva agilmente a dispetto del fisico massiccio. Terzo nel lineup ribattezzato a buon diritto “murderers’ row”, Ruth vinse nuovamente le World Series nel 1923, 1927, 1928 e infine nel 1932. Nella finale di quella stagione entrò definitivamente nel mito per aver “dichiarato” in anticipo un proprio fuoricampo: prese due strike, puntò la staccionata e spedì la palla oltre la recinzione. Fu MVP dell’American League nel 1923, due volte All Star, dodici volte primatista nella classifica degli homerun, sei in quella RBI.

Nonostante i successi sportivi ne avessero fatto un uomo realizzato, le tendenze inquiete e turbolente non lo abbandonarono mai. Icona dei ruggenti anni Venti, amò all’eccesso il cibo, l’alcool, il fumo e le donne. Si ritirò  quarantunenne nel 1935. Morì di cancro alla gola nel 1948: due mesi prima, gli Yankees ritirarono per sempre la maglia col suo numero 3.

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recensioni

IL PIU’ INCREDIBILE COMPLOTTO DELLA STORIA DELLO SPORT

Philip Roth – IL GRANDE ROMANZO AMERICANO –  Torino, Einaudi, 1973

il grande romanzo americano

Il talento, la memoria e la vecchiaia hanno reso Word Smith il più stimato cronista di baseball di ogni tempo. E’ quindi lui a svelare al lettore, senza timore di essere smentito, i segreti che hanno portato all’oblio della Lega Patriota, terza divisione del campionato americano da tempo soppressa. Fornace di campioni del calibro di Luke Gofannon e soprattutto di Gil Gamesh, il lanciatore perfetto emigrato da Babilonia, la Lega Patriota scivola inesorabilmente verso l’abisso, travolta da scandali e da una diabolica congiura comunista. Non prima di essersi comunque coperta di ridicolo, tra franchigie ostaggio di spregiudicati uomini di affari, panchine affollate di mercenari improbabili, tifoserie avide di sensazionalismo e sempre più assuefatte alla estetica del brutto.

Tutto il talento, la maestria e la dissacrante fantasia di Philip Roth esplodono in quello che probabilmente è il suo lavoro più originale, più fresco e più completo. In anticipo rispetto ai consacrati capolavori della maturità (La macchia umana, Indignazione, ovviamente Pastorale americana), Roth distilla l’ironia feroce intravista in Lamento di Portnoy affidando  la narrazione a un protagonista di poco precursore di Zuckerman, alter ego di tutti i suoi momenti creativi più felici. Nella trama il baseball è ovunque, a un tempo cornice e leitmotiv: l’autore mescola a piene mani realtà e finzione in un crescendo di situazioni, espedienti narrativi e personaggi folgoranti. Su tutti gli scalcinati Mundys, squadra di Port Ruppert perennemente costretta alla trasferta dopo la perdita del proprio stadio: una volenterosa ma desolante compagine che schiera un lanciatore senza un braccio, un ricevitore con una gamba di legno, un prima base incapace di battere da sobrio e un esterno che si impasta ripetutamente contro il muro in fondo al campo. Si raggiunge il sublime col capitolo sulla rivalità tra due nani (virtuoso e amato dalle folle il primo, iracondo e attaccabrighe il secondo), o nei disperati tentativi dell’unico campione dei Mundys di farsi vendere dalla società (che si scoprirà gestita direttamente da un uomo delle pulizie). Ucronia di raffinatissimo spessore – cifra stilistica che Roth rispolvererà in chiave storica ne Il complotto contro l’America – in cui sono perfettamente intuibili lo sdegno e la critica dell’autore verso le politiche USA ai tempi del maccartismo.

Curiosità: la prima edizione italiana, ormai oggetto da collezione, contiene numerosi espedienti di traduzione, tentativi generosi di facilitare la comprensione terminologica al pubblico nostrano.

pubblicato il 8/02/2019

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Segnalazioni

IL BASEBALL AZZURRO SU RAI UNO

CHE TEMPO CHE FA, Rai 1, puntata del 3/02/2019

Alessandro Vaglio con Fabio Fazio e Fabio De Luigi a Che Tempo Che Fa 20190203 (RAI)

Per quanti se la fossero persa, o nell’attesa avessero gettato la spugna (visto l’orario tardo della programmazione, quasi a mezzanotte),  è disponibile su l canale RAI Play  l’ultima puntata di Che Tempo Che Fa, celebre contenitore di intrattenimento nazionale. Tra gli ospiti della serata, stando in tema di Nazionale, il capitano azzurro e della Fortitudo Bologna Alessandro Vaglio , accolto oltre che dal conduttore anche da Fabio De Luigi, attore con interessante passato sul diamante a Rimini.

Vaglio è stato testimonial dei prossimi impegni del Team Italia, atteso all’Europeo di Bonn ed al Torneo di Qualificazione Olimpica a Bologna e Parma (18-23 settembre prossimi). Per il movimento italiano, una bella opportunità di visibilità in uno degli spazi più seguiti della televisione.

Rivedi la puntata a questo LINK (necessaria la registrazione)

pubblicato 5/02/2019

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TV Classics

L’INVINCIBILE CASEY

AI CONFINI DELLA REALTA’, Stagione 1 ep. 35, prima tv 17/06/1960.  Scritto da Rod Serling, diretto da Robert Parrish; con Jack Waden, Robert Sorrells.

casey

Una mediocre squadra di baseball ingaggia uno strano lanciatore mancino che, grazie alla sua potenza, trascina i compagni in testa alla classifica. Sarà un medico sportivo, che lo visita dopo un infortunio, a scoprire il segreto del campione: Casey è in realtà un robot, e non potrà continuare la propria carriera a meno di dimostrare di essere in minima parte umano. Allora l’allenatore della squadra e lo scienziato creatore del robot decidono di dotare l’automa di un cuore: la scelta si rivelerà però disastrosa per il rendimento del pitcher.

“L’invincibile Casey” è solo uno dei numerosi capolavori della serie di culto Ai confini della realtà, frutto della instancabile fantasia di Rod Serling, affiancato nelle diverse stagioni da sceneggiatori d’eccezione come Ray Bradbury, Richard Matheson e Charles Beaumont. Gli episodi di questo telefilm, autoconclusivi e di venticinque minuti ciascuno, ridefinirono i canoni del genere fantastico e della messa in scena televisiva: cortometraggi a basso costo, magistralmente scritti (in questo caso geniale la chiave di lettura: la pietà come freno inibitore della performance) e finemente interpretati da alcuni dei migliori caratteristi allora in circolazione. In questo episodio l’allenatore della squadra è interpretato da Jack Warden; oltre ad una lunghissima carriera cinematografica, negli anni ’80 Warden recitò anche nel ruolo dell’allenatore nella serie “La gang degli orsi”, tratta dal film “Che botte se incontri gli orsi”. Altra
chicca per i più nerd: Casey gioca nella squadra degli Zephyrs; in “Homer alla battuta”, episodio della terza stagione dei Simpson, il Signor Burns allena la squadra di baseball della centrale nucleare indossando proprio una casacca col logo Zephyrs.

pubblicato il 1/2/2019

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baseball cards – 1 

COLPEVOLE O INNOCENTE?

“Shoeless” Joe Jackson (Pickens County, 16/08/1887 – Greenville, 5/11/1951)

shoeless joe jackson

Nel 1919 otto giocatori dei Chicago White Sox, totalmente favoriti per il titolo assoluto, entrarono in un giro losco e molto più grande di loro, acconsentendo a truccare le partite delle World Series contro i Cincinnati Reds. La frode venne accertata da un tribunale appositamente costituito e presieduto dal giudice Kenesaw Mountain Landis, investito di pieni poteri dal Congresso degli Stati Uniti. Tutte le circostanze della vicenda si potevano considerare senza precedenti, e nella stessa direzione andò la sentenza. I giocatori vennero dichiarati colpevoli di cospirazione aggravata, evitando il carcere solo una volta dimostrato di  essere stati circuiti da un’organizzazione di cui avevano capito poco o nulla; e dalla quale, per ulteriore beffa, non incassarono neanche un centesimo. Tuttavia, in considerazione dell’affronto rivolto al Baseball non solo come sport e professione ma come pilastro dello stile di vita americano, gli otto furono squalificati a vita dall’attività agonistica. Più infamante di qualsiasi altra condanna fu il loro immediato e durissimo discredito sociale:  “Che questi volti restino impressi nella vostra memoria”, gridava su ogni giornale del paese la didascalia in calce alle foto dei colpevoli.

Chick Gandill, l’ultimo del gruppo, si spense nel 1970 all’età di ottantadue anni. Il primo ad andarsene, nel 1951, era stato “Shoeless” Joe Jackson, probabilmente il più grande giocatore di quella magnifica e disgraziata squadra. Originario del South Carolina, mancino, arrivato a Chicago dai Cleveland Indians,  Jackson fu soprannominato “lo scalzo” dopo essersi tolto in una partita le scarpe nuove che gli avevano provocato vesciche. Straordinario battitore (375 di media, 1772 valide, 54 fuoricampo, 785 RBI), le statistiche a lui riferite rendono tutt’oggi estremamente dubbio credere che avesse fatto anche solo una cosa per perdere il campionato del ‘19. Secondo alcuni si chiamò fuori dalla congiura, per altri rimase in silenzio per quieto vivere, altri ancora ritengono che cercò addirittura di vincere da solo. Per la condanna bastò all’accusa che lui sapesse, oltre ad una deposizione firmata con una X: Jackson era infatti semianalfabeta, e ad oggi il suo autografo è uno dei più rari e ricercati dai collezionisti.  La storia del campione screditato ha ispirato due film: il biografico “Otto uomini fuori” (1988) e  “L’uomo dei sogni” (1989).

pubblicato il 22/01/2019

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recensioni

SE LO COSTRUISCI, LUI TORNERA’

L’UOMO DEI SOGNI, di Philip Alden Robinson (Usa, 1989, fantastico, sportivo). Con: Kevin Kostner, Ray Liotta, James Earl Jones, Burt Lancaster

L_uomo_dei_sogni

Ray Kinsella è un giovane agricoltore dell’Iowa, con una bella famiglia e un conflitto mai risolto con la figura paterna. Un giorno sente una voce dal nulla suggerirgli di costruire un campo da baseball nella sua tenuta e Ray, seppure incapace di capirne le ragioni e anche ponendo una gravosa ipoteca sul proprio futuro, segue la visione. Sul campo in mezzo al grano si materializzeranno per tornare a giocare i grandi campioni del passato, compresi “Shoeless” Joe Jackson e gli altri White Sox squalificati a vita per aver venduto le World Series 1919. La voce tuttavia continua a inviare messaggi a Ray, che esaudendo un compito per volta scoprirà nel finale il vero motivo di tanta magia.

Candidato agli Oscar 1990 per le categorie miglior film, miglior sceneggiatura e miglior colonna sonora, e liberamente tratto dal romanzo “Shoeless Joe” di W. P. Kinsella, L’uomo dei sogni è un assoluto film di culto, tra le pellicole più amate dagli appassionati di baseball di tutto il mondo.  Delicato, emozionante e mai sopra le righe, il film vola sulle ali di una trama che a poco a poco aumenta di intensità dispiegando memorabili colpi di scena. Il campo perduto nel grano si impone progressivamente come luogo miracoloso (forse un angolo di Paradiso?), e i personaggi vi appaiono e spariscono irreali come fantasmi eppure innegabili come lo scorrere del tempo. Il lungo e non semplice viaggio del protagonista – prima alla ricerca di uno scrittore disilluso, poi di un medico che avrebbe voluto essere un campione, in fondo alla ricerca di sé stesso – diventa metafora di un’America in cammino, sconvolta e travolta dalla sua stessa storia e dalle proprie innumerevoli contraddizioni, ma anche capace di riscoprirsi e ritrovare la pace grazie alla propria unica costante: il gioco del baseball. Come afferma fiducioso uno dei protagonisti, “Questo campo, questa partita, sono parte nel nostro passato. Ci ricordano tutto ciò che un tempo era buono… e potrebbe tornare ad esserlo”. Grande prova degli attori, tra i quali spicca l’ultima interpretazione del grande Burt Lancaster.

pubblicato il 20/01/2019

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segnalazioni

L’ULTIMA PARTITA – LA STORIA DI LOU GEHRIG 

Di Mario Mascitelli, compagnia Teatro del Cerchio, Parma

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Lo confessiamo: appena ci è stato segnalato ci è salita la curiosità di correre a vedere, alla prossima rappresentazione (speriamo in una grande tournée), la piece scritta e diretta da Mario Mascitelli, Direttore Artistico del Teatro del Cerchio di Parma. L’ultima partita mette in scena, in forma di monologo e in prima persona, la storia dell’indimenticabile campione dei New York Yankees; dai successi sportivi alla battaglia contro la sclerosi laterale amiotrofica, che Gehrig affrontò con grande coraggio e dignità.

Ci siamo documentati il giusto, più che altro per non perderci la sorpresa e il gusto quando siederemo in sala, ma tutto quello che abbiamo letto e visto di questo spettacolo ci dice che sarà un’esperienza imperdibile per ogni appassionato di baseball e spettacolo.

Per saperne di più, visitate il link della compagnia Teatro del Cerchio o leggete l’intervista rilasciata dal regista a Duels  

Pubblicato il 17/01/2019

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recensioni

QUANDO IL SOGNO AMERICANO E’ ELIMINATO

James Sturm – AMERICANA –  Bologna, Coconino Press, 2003

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Nel preziosissimo catalogo di graphic novel che ha fatto di Coconino Press una delle case editrici più stimate dagli amanti del genere, è forse ancora possibile trovare questa chicca, pubblicata nel 2003, e troppo presto finita ai margini della vetrina. Facile addurre la solita motivazione, che Americana non abbia incontrato il favore del pubblico italiano per la sua poca confidenza con il mondo del baseball. Se questa fosse davvero la ragione, chi scrive suggerisce al lettore un breve corso intensivo seguito dal doveroso recupero di questo piccolo capolavoro di James Sturm, prolifico autore della generazione post Art Spiegelman.

Un paese di tradizioni e contraddizioni solo apparentemente incrollabili funge da sfondo (o ne è il protagonista?) alle storie di questa raccolta; dopo l’assaggio, con la grottesca caricatura dell’imbarazzante manager di una squadra di rednecks, l’autore batte nel finale il proprio fuoricampo con Il mitico colpo del Golem. Il racconto narra le gesta di una squadra itinerante di giocatori ebrei (le Stelle di David) costretti ad affrontare il disprezzo degli avversari e il serpeggiante razzismo delle cittadine di provincia. Un impresario intuisce nel gruppo un potenziale commerciale, e in cambio di una forte sovvenzione convince l’allenatore a schierare il proprio miglior battitore vestito e truccato come il leggendario Golem. Inizialmente il gigante incute rispetto e timore, oltre ad attirare sempre più curiosi alle partite; ma la speranza della sua protezione sarà effimera.

In bilico tra Maus e Philip Roth, le tavole di Sturm raccontano in uno splendido bianco e nero l’illusorietà del sogno americano, dipingendo una società troppo schiava delle proprie paure per poter credere che un altro mondo sia possibile; lucidamente disilluso, l’autore tratteggia il ritratto disgregato di una comunità incapace di aggrapparsi alle proprie ultime sicurezze, tra le quali il baseball diventa metafora di un ultimo, ormai spento barlume di ordine.

Pubblicato il 15/01/2019

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